Sant’Antonio Abate

Descrizione
Ricorrenza: 17 gennaio

Ubicazione: via S.Francesco d’Assisi

Epoca di costruzione: inizi del 1900

Motivo della dedica: il proprietario, sig. Piovano Antonio, fece erigere il pilone in onore del Santo, di cui portava il nome, perché Egli proteggesse la sua attività  agricola.

Forme di devozione: poiché la festa di S.Antonio ricorre in pieno inverno, non si recitava il S.Rosario all’aperto. L’inaugurazione fu fatta con grande solennità  alla presenza del canonico Jacomuzzi. In passato, il 17 gennaio, s’impartiva la benedizione agli animali domestici, in particolare cavalli ed asini; oggi la benedizione è rivolta ai trattori.

Stato attuale di conservazione: buono

Proprietà attuale: sig.na Piovano Caterina.

 

Cenni agiografici
S. Antonio abate (il cui nome significa “sa affrontare i pericoli”), considerato il fondatore dell’ascetismo e il monaco più illustre della Chiesa antica, nacque a Coma (Qeman-al-Arous, oggi Cueman, sulle rive occidentali del Nilo), nel 250. Rimasto orfano a 18 anni, regalò tutti i suoi averi ai poveri e si ritirò a vita ascetica, prima fra i ruderi di un vecchio castello, dove sostenne terribili tentazioni del demonio, e poi sulle rive del Mar Rosso. Nel 306 uscì dal suo rifugio, cominciò ad accogliere discepoli, fondando il suo primo monastero. Nel 311 andò ad Alessandria per sostenere i “Confessori della fede” che stavano patendo la persecuzione di Massimino. Quando la persecuzione si placò tornò al monastero, ne fondò un altro, sulle rive orientali del Nilo, chiamandolo Pispir. Quindi si ritirò nuovamente in una cella su una montagna sperduta, che lasciò solamente nel 338 quando venne convocato nuovamente ad Alessandria per confutare gli ariani, ritornando poi in modo definitivo alla sua solitudine. Morì ultracentenario nel 356, probabilmente il 17 gennaio, e volle che il luogo della sua sepoltura rimanesse segreto per impedire che fosse oggetto di onori; tuttavia i suoi resti non riuscirono a riposare in pace. Si suppone siano stati scoperti nel 361 e trasferiti ad Alessandria, da dove furono traslati a Costantinopoli per essere sottratti alle distruzioni degli invasori saraceni. Nell’XI secolo furono affidati dall’imperatore al conte francese Jocelin, che li portò a La-Motte-Saint-Didier, nel dipartimento francese dell’Isère, luogo che prese il nome di Saint-Antoine-en-Dauphiné. Da allora gli fu attribuita una nuova fama di guaritore, in particolare dall’ergotismo, malattia conosciuta anche come fuoco di Sant’Antonio. Questa fama iniziò quando due nobili, che sostenevano di essere stati guariti dalla malattia grazie alla sua intercessione, fondarono per gratitudine nel 1100 i Fratelli Ospedalieri di Sant’Antonio. Con lo scemare delle epidemie questo movimento ospedaliero declinò e nel 1775 e fu assorbito dai Cavalieri di Malta, estinguendosi completamente nel 1803. Fu soprattutto grazie a questa fama e a questo movimento che si vide assegnare tutti i patronati e i simboli con cui è stato raffigurato. Gli ospedalieri indossavano mantelli neri con una croce a forma di tau, probabilmente un omaggio alla tarda età  cui era giunto Sant’Antonio; suonavano campanelli per annunciare le loro missioni in cerca di elemosine e allevavano maiali, gli unici cui era permesso pascolare liberi, accompagnati da una o due scrofe che portavano un campanello al collo per indicare chi fosse il proprietario della mandria. La sua biografia ci è pervenuta grazie al suo amico e discepolo S. Atanasio d’Alessandria, a cui aveva inviato la sua tunica di pelle di pecora e il suo mantello. Il suo sacro corpo, sotto l’Imperatore Giustiniano, fu ritrovato per divina rivelazione, portato ad Alessandria e sepolto nella chiesa di san Giovanni Battista.

E’ considerato il protettore degli animali domestici ed in particolare del maiale, ma anche di eremiti, monaci, fabbricanti di panieri, canestri, guanti, stoviglie, tessuti, pennelli che utilizzano le setole di maiale (poiché egli aveva come occupazione manuale nel suo eremo la fabbricazione di stuoie di giunchi), agricoltori, allevatori, campanari, droghieri, macellai e salumieri, necrofori.

E’ invocato per la protezione del bestiame, contro malattie (herpes zoster) e contro gli incendi.

I suoi emblemi, per i motivi sopra descritti, sono il bastone o una stampella a forma di tau, il maiale, il campanello e a volte anche un libro, probabilmente quel “libro della natura” che si racconta fosse l’unico che Antonio aveva detto di sentire il bisogno di leggere nel suo eremo montano (“Il mio libro è la natura delle cose create, e ogni volta che voglio leggere le parole di Dio, il libro è davanti a me”).

 

Caratteristiche architettoniche ed iconografiche
l’edicola, inserita nello spigolo della casa Piovano, all’angolo tra via S. Francesco ed il vicolo, è una semplice esedra semicircolare, protetta da una grata in metallo, sormontata da un timpano culminante con una croce. Sotto al timpano si trova un motivo decorativo di carattere geometrico e alla base del pilone due gradini che lo rialzano leggermente rispetto al piano stradale. La statua del Santo, in essa contenuta, presenta i tipici elementi che la tradizione gli attribuisce: l’aspetto senile, il bastone dell’eremita (un tempo con un campanellino appeso in cima), il maialino a lato e la fiamma (alla base della statua), di color argento, che ricorda la virtù taumaturgica del Santo di guarire dalla malattia detta appunto “fuoco di S. Antonio”.

 

Curiosità
La statua, in occasione del restauro, effettuato alcuni decenni fa, è stata purtroppo privata del campanellino che, secondo la tradizione, era appeso al bastone dell’eremita.

 

Icone
Sant'Antonio Abate